Ermenegildo
Atzori
La
facoltà di plasmare e modellare i corpi rende l’artista
consapevole delle sue capacità creative. Così come
l’atto di volontà nel concepire e creare qualcosa di
durevole lo entusiasma fino allo stremo delle forze, perché
sente dentro di sé che l’arte è la massima espressione
della propria coscienza, della propria esistenza. E’ proprio
a questo punto che si manifesta il passaggio da un genere all’altro
senza che vi sia una vera rottura, la continuità tra forma
e materia, luce e colore domina l’essenza delle opere: dal
fumetto Ermenegildo passa ad un linguaggio sperimentale e in esso
trova il significato di questa fase più recente. Il modo
in cui la materia viene trattata e trasformata segue in realtà
un processo di puro “automatismo”, scaturito da una
prorompente energia vitale. Il gesto e la direzione del movimento,
di immediata derivazione pollockiana, assume importanza nel momento
in cui è la volontà dell’autore a concepirlo.
Non c’è niente di casuale nella grattatura delle superfici
o nell’utilizzo dei materiali “grezzi”, né
tanto meno nella rifinitura attraverso l’effetto della combustione,
una costante dei lavori più recenti. Per ottenere la mutazione
della materia e la formazione delle “croste” l’utilizzo
del fuoco diventa essenziale: principio vitale capace di distruggere
e rigenerare, forza naturale incontrollabile e distruttiva da cui
può nascere di nuovo la vita. In questo senso la curiosità
dell’artista si rivolge alla materia e alla possibilità
di cambiarne la forma e dare un senso diverso all’esistenza
della qualità oggettiva. Il linguaggio sperimentale visivo,
legato indissolubilmente al genere musicale industrial-noise, nasce
dal contatto con vernici industriali, polveri chimiche e sostanze
organiche di varia natura. Accanto alle “vernici combuste”
di chiara esecuzione informale, si passa alle tavole con i “volti”,
reminescenza dell’esperienza fumettistica. Sottoposti sempre
a combustione finale ma caratterizzati dalla presenza della figura
umana, profili frontali sembrano ritagliarsi dalle superfici e fuoriuscire
dalla tela, in tono ieratico, impassibili di fronte a tutto ciò
che li circonda. L’espressione interiore dell’artista
raggiunge così il massimo grado e si amplifica proseguendo
all’infinito, con totale continuità, oltre i limiti
di uno spazio che non è più possibile controllare.
Erica
Olmetto
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